Il counselling

Che cos’è il Counselling?

Il Laboratorio fornisce consulenza psicologica individuale, di gruppo e organizzativa. Sul piano individuale, l’attività di counselling consiste nella formazione e nella supervisione in materia di gestione delle relazioni interpersonali famigliari (comunicazione nell’ambito del rapporto di coppia, della relazione tra genitori e figli), e lavorative (rapporto con i collaboratori, colleghi, clienti, ecc.). Il Laboratorio fornisce, inoltre, consulenza ad organizzazioni pubbliche e private in materia di sviluppo delle risorse umane, di miglioramento della comunicazione nel gruppo di lavoro, di prevenzione ed intervento su fenomeni di mobbing.

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Questione di battesimi

di Rodolfo Sabbadini

 

Resta al centro del dibattito, tra associazioni, ordini, e scuole di formazione professionali, la definizione del confine tra l’area di intervento del counsellor e quella dello psicologo.

Può essere interessante – quindi – tornare sull’argomento, posto, naturalmente, che si concordi sul fatto che la professione del counsellor è dotata di autonoma identità, e che si distingue da quella dello psicologo, nei termini stabiliti dal Tribunale di Milano, Sez. 5° Civile, con sentenza n. 10289 del 26 Maggio 2011.

D’altra parte se si dovesse pervenire alla determinazione, sul piano normativo o giurisprudenziale, che il counselling sia da intendere esclusivamente come professione psicologica, sarebbe senz’altro indispensabile procedere ad un nuovo battesimo per gli interventi professionali che – oggi – chiamiamo “di counselling”, e che sono finalizzati a gestire e risolvere diverse problematiche delle persone senza ricorrere agli strumenti della psicologia.

Per ora, tuttavia, questa è un’eventualità – diciamo – ancora remota.

L’identificazione del confine tra le due professioni, oltre che per gli operatori dei due ambiti, è necessaria soprattutto nell’interesse dell’utenza che vorrà poter discriminare l’aiuto psicologico da quello focalizzato esclusivamente su un problema, che non preveda interventi sulla persona del cliente. Quest’ultima tipologia di prestazione, infatti, è sempre più richiesta – per esempio – per le consulenze nell’ambito delle organizzazioni di lavoro e – più in generale – per le problematiche di natura direttamente o indirettamente lavorativa.

Al fine di contribuire al dibattito, illustrerò di seguito come il counselling drammaturgico, che può rappresentare un utile esempio di intervento di counselling secondo l’accezione sopra considerata, si distingua nettamente – sul piano teorico, tecnico e metodologico – da un intervento di matrice psicologica.

 

Come ho avuto modo di evidenziare in diversi precedenti lavori (2012; 2013a; 2013b), una delle caratterizzazioni strutturali del counselling drammaturgico consiste nell’allestimento di una dimensione di intervento, di natura narrativa, che sancisce il distacco della relazione professionale dallo spazio di lavoro costituito da interazioni fortemente condizionate dalle dinamiche intrapsichiche del cliente e del counsellor (sistema relazionale 2°) e il suo approdo ad una collaborazione finalizzata a formalizzare l’azione di un personaggio nell’ambito di una narrazione (sistema relazionale 3°).

Nel sistema relazionale 2°, dove il cliente parla dei problemi che gli creano disagio nella vita quotidiana (sistema relazionale 1°) l’azione, compresa la parola, rappresenta sovente una manifestazione materiale di qualcosa d’altro, che la precede e la origina, e che acquisisce, in tale prospettiva, una dignità diversa e di livello superiore rispetto all’azione fisica.

In altre parole, l’azione del corpo viene ricondotta alla categoria di indizio della sussistenza di uno stato (mentale) invisibile, ma strategico per il significato dell’azione ( cfr. assioma del transfert, G.Lai 1976) .

Poiché il counsellor non è competente, e neppure interessato, a trattare tali specie di dinamiche, ma ponendosi, egli, l’obiettivo di dare risposta, possibilmente in unico incontro, alla domanda del cliente, inviterà quest’ultimo a trasferirsi in una dimensione operativa dove il problema viene posto in capo ad un personaggio del quale il counsellor e il cliente, d’accordo tra loro, andranno a definire le azioni più efficaci affinchè possa trovar soluzione alle questioni in gioco.

In altre parole il counselling drammaturgico rinuncia senz’altro alle certezze della scienza psicologica che si declinano nelle linee guida per la prognosi e negli strumenti collaudati per l’intervento sulla persona e, cercando un riferimento più sintonico con le dinamiche “liquide” (Bauman, 2006) che caratterizzano la società contemporanea, decide di farsi guidare dal pensiero pragmatista che pone “il fallibilismo, la natura sociale del sé, la visione della realtà come dominata dalla contingenza e l’irriducibilità del pluralismo” al centro dell’attenzione (R. Frega, 2008). L’esito sperimentale dell’azione diventa così l’unico riferimento attendibile e l’unica guida operativa per il counsellor drammaturgico (P. Lavanchy, 2012).

 

A titolo illustrativo di quanto sopra specificato, si veda lo schema riportato in calce a queste riflessioni.
Lo psicologo, nel sistema relazionale 2°:

  • ascolta la descrizione del problema che il cliente sta vivendo nel sistema relazionale 1°;
  • procede quindi a concordare con lui un contratto nel quale definisce l'obiettivo che il cliente intende raggiungere;
  • dopo aver interpretato le azioni e le parole del cliente alla luce dei propri riferimenti teorici, formulerà una diagnosi;
  • sulla base di tale diagnosi attiverà gli strumenti di intervento centrati sul cliente e finalizzati ad ottenere il suo cambiamento.

Il cliente sperimenterà nel sistema relazionale 1° l'efficacia di tale cambiamento. Qualora il cambiamento non fosse adeguato a gestire i problemi della sua vita quotidiana, il cliente tornerà a lavorare su di sé, con lo psicologo, nel sistema relazionale 2°

 

 

Il counsellor drammaturgico:

  • ascolta il problema che il cliente sta vivendo nel sistema relazionale 1°;
  • procede quindi a concordare con lui un contratto nel quale definisce l'obiettivo che il cliente intende raggiungere.

A questo punto il counsellor proporrà al cliente di trasferirsi nel sistema relazionale 3°, dove:

  • il problema del cliente va a costituire il prologo di una narrazione nella quale il personaggio protagonista sta vivendo proprio quel problema;
  • l'epilogo della narrazione è costituito dalla situazione felice in cui il protagonista della storia vive una situazione futura auspicata dal cliente;
  • il cliente e il counsellor, come due coautori di un romanzo, collaboreranno per definire le azioni che consentiranno al protagonista di trasferirsi dal prologo all'epilogo.

Il cliente sperimenterà il modello di narrazione focalizzato nel sistema relazionale 3°, utilizzandolo come una linea guida nel sistema relazionale 1°. Qualora la storia costruita fosse parzialmente o totalmente inadatta a calzare la realtà del cliente, quest'ultimo potrà tornare a lavorare con il counsellor nel sistema relazionale 3° per azzardare nuovi, possibili, sviluppi della storia.

 

schema counselling 

 

Chi fosse interessato ad approfondire le tematiche sopra accennate, potrà leggere:

Bauman Z. (2006), Amore liquido, Laterza Roma-Bari.

Eco U. (2001), Lector in fabula, Bompiani, Milano

Frega R. in Prefazione a Dewey J. (2008), Logica sperimentale. Teoria naturalistica della conoscenza e del pensiero, Quolibet, Macerata

Lai G. (1976),  Le parole del primo colloquio,  Boringhieri, Torino

Lai G. (2012), “Dalla conoscenza della storia all’azione sul futuro”, Tecniche Conversazionali, XXIV, 48, Ottobre, www.tecnicheconversazionali.it

Lai G. (2013), “Il visibile parlare dell’intuizione”, Tecniche conversazionali, XXV, 49, Aprile, www.tecnicheconversazionali.it

Lavanchy P. (2012), “Dal particolare all’universale nell’azione drammaturgica”, Tecniche Conversazionali, XXIV, 48, ottobre, www.tecnicheconversazionali.it

Sabbadini R. (2012), Il metodo drammaturgico nella relazione di counselling, Franco Angeli, Milano

Sabbadini R. (2013), “Angolazioni del counselling drammaturgico”, Capitale Intellettuale, anno 4, n. 1, pp. 8 - 11

Sabbadini R. (2013), “I sistemi relazionali del counselling drammaturgico”, di prossima pubblicazione, Tecniche Conversazionali, XXVI, 50, Ottobre, www.tecnicheconversazionali.it

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